
COSA FARE
À LA MONTAGNE–
ERICA BALDUZZI,
MONTANARIUM.
À LA MONTAGNE
Episodio 1.
“À’ la montagne” è una piccola rubrica con lo scopo di raccontare storie di gente di montagna sparsa per le Alpi. Nascosti in qualche baita, dispersi tra i sentieri in mezzo ai boschi o in giro nella neve fresca… C’è ancora chi ha scelto di mettere la montagna al centro della propria vita.
Oggi tocca a Erica, reporter freelance di 35 anni, originaria del Bergamasco e al suo progetto “Montanarium”.
Montanarium – Erica Balduzzi

Ho avuto la fortuna di poter chiacchiere al telefono con Erica una sera di Dicembre, di ritorno dal ristorante dove lavoro durante le Feste. Seguo Erica sui social da un bel po’ di tempo, attratta dalle sue storie e dalla delicatezza e spontaneità con cui racconta la montagna. E’ proprio di questo che si occupa Erica: attraverso il suo progetto Montanarium racconta la vita nelle terre alte, la vita vera.
Ma lasciamo che sia lei a parlarne…
Ciao Erica, ti va di raccontarci un po’ chi sei e da dove vieni?
Certo! Mi chiamo Erica Balduzzi, ho 35 anni, sono cresciuta a Clusone, una piccola cittadina della Val Seriana (Bergamo) e da sempre ho la passione per la scrittura.
Ho iniziato a occuparmi di cronaca locale a Clusone, raccontando del territorio, poi però mi sono trasferita a Milano per gli studi (anche se poi ci sono rimasta) e mi sono dedicata a tutt’altro. Scrivere però mi mancava e per questo ho deciso di ricominciare come freelance, dedicandomi però al reportage. Mi sono infatti resa conto che il mondo della cronaca non è fatto per me: troppo veloce, fatto di tante storie da consumare alle quali non si riesce a dare il giusto spazio e il giusto valore.
Per questo, nel 2021, ho dato vita al mio personale progetto, Montanarium. Nel frattempo mi sono di riavvicinata un po’ alle montagne, trasferendomi a Bergamo.
Quindi alla domanda: “sei nata in montagna o l’hai scelta?” mi pare di capire che la risposta sia la prima…
Sì e no. Certo, sono nata in montagna (in media montagna per essere precisi, Clusone si trova a 600 m di altitudine) e da sempre le vette della Presolana sono il mio orizzonte. Quando mi sono trasferita a Milano però sono stata ben contenta di lasciare la vita di paese per quella di città.
Risponderei che sì, sono nata in montagna, me ne sono andata e poi l’ho ritrovata.
Non a caso mi sono riavvicinata tornando a Bergamo e forse chissà, in un futuro non è escluso che torni a vivere in un paese.
Com’è nata l’idea di Montanarium? Con che scopo?
Montanarium nasce in pieno periodo Covid, quando non ci si poteva muovere.
Ero un po’ frustrata, perché da un lato mi rendevo conto di voler rendere il reportage il mio lavoro ma dall’altro ero consapevole di non poter andare in giro per il mondo e di conseguenza di non poter scrivere di luoghi esotici come invece facevano i “big”.
Non mi sono data per vinta, ho iniziato a riflettere sulle varie storie che mi erano passate sotto mano negli anni rendendomi subito conto che avevano tutte una cosa in comune: la montagna.
In realtà non c’era da stupirsi, la montagna è una dimensione che mi appartiene da sempre e a ben guardare una dimensione che non è quasi mai raccontata.
Voglio dire, hai mai fatto caso che a raccontare le terre alte sono per lo più turisti o persone che si sono trasferite dalla città? Raramente sono i montanari stessi a raccontarla.
C’era (e c’è) un vuoto narrativo da riempire, storie nascoste da cercare, strade poco battute da percorrere… e tutto questo a pochi chilometri da casa.
Ecco come nasce Montanarium.
E il nome invece? Lo trovo molto originale, come ti è venuto in mente?
Montanarium è frutto di un brainstorming con il mio ragazzo, cercavo un nome che evocasse qualcosa di intimo, che sapesse di racconto attorno al fuoco, di testimonianze. Perché di questo si tratta: storie e parole, in un mondo di video e immagini.
Leggo sul tuo sito che Montanarium si pone come scopo quello di raccontare la montagna vera, cosa significa VERA per te?
Una montagna VERA non cela i suoi lati d’ombra e non esalta le sue bellezze per poter vendersi meglio. Spesso e volentieri tendiamo a dipingerla come un piccolo paradiso, ma non tutto è sempre rosa e fiori e questo sono in pochi a raccontarlo.
Mi riferisco a tutte le criticità delle terre alte, alle difficoltà di vivere questi luoghi, alle questioni sociali, al libero accesso ai beni, all’equità…
Ormai la vita in montagna va di moda, si sentono sempre più storie di giovani che hanno scelto di vivere nei borghi, ma la narrazione è incompleta: c’è anche chi subisce, chi magari vorrebbe andarsene ma per mille motivi non può. C’è chi per andare a scuola deve percorrere chilometri, chi è costretto a chiudere la propria attività… Tutti hanno uguale dignità.
Raccontare la montagna vera vuol dire non demonizzare né glorificare, cercare di comprendere, togliere le maschere del folklore obbligatorio, senza cupezza o chiusura mentale.
Una curiosità che mi sono sempre chiesta: essendo tu una reporter freelance, come scegli le realtà da raccontare, dove trovi le tue storie?
Sono stata fortunata, molte storie, soprattutto le prime, le avevo già incontrate ai tempi, quando mi dedicavo a scrivere reportage per varie riviste. Spesso però erano solo comparse di qualche riga, all’interno di un racconto più grande. Un vero peccato non poter dare loro il giusto spazio, soprattutto dopo ore, magari anche giornate di chiacchiere.
Sono dell’idea che, in montagna, le storie e la gente te li devi guadagnare. Devi essere disposto ad ascoltare, ad entrare nel loro mondo a piccoli passi e poi devi anche svelarti un po’ tu, metterti in gioco. Non puoi semplicemente andare, arraffare più possibile e andartene come se nulla fosse.
Così ho ripreso in mano quelle storie per dar loro la voce che meritavano e da ogni storia ne sono nate altre, a suon di “dovresti sentire…”, “ti do il contatto di …”, “io ho imparato da…”.
Quando invece devo proprio partire da zero inizio da una ricerca su Google, per poi scremare via via e trovare la realtà che fa per me.
Siamo alle battute finali… L’ultima domanda, a bruciapelo: Montagna, limite o possibilità?
Può essere un’opportunità, se la si vive come tale, per misurarsi con ritmi ed aspetti che chi vive in città ignora del tutto o che comunque non vive, per confrontarsi e aprire gli occhi su un altro mondo che sì, può sembrare lontano ma che in realtà è più vicino di quel che sembra.
Può anche essere un’opportunità dal punto di vista pratico in quanto spesso spopolata e con molti vuoti da poter riempire, ovviamente da chi se la sente e da chi sa rispettarla, altrimenti meglio lasciar stare.

