Toccata e duca all'aiguille du Tour

COSA FARE

TOCCATA E FUGA

ALL’AGUILLE DU

TOUR.

Cosa fai nei tuoi giorni di riposo?

Semplice! Scendo da un rifugio, salgo in un altro. 

La mia toccata e fuga all’Aiguille du Tour è iniziata una Domenica pomeriggio in rifugio, mentre me ne stavo ad asciugare i bicchieri dietro il bancone del bar, come al solito. Seduto dall’altra parte, c’era il mio amico Jehan Jehan con il suo cliente. Così, dal nulla alza lo sguardo e mi fa:

–Martita tu descends quand? T’es à la maison mercredi? On va en montagne avec un ami, tu viens?

Un incipit perfetto per un bel turno di riposo. 

Anche per una bella avventura.

Toccata e fuga all’Aiguille du Tour.

Giorno 1

E così eccomi mercoledì mattina in coda al traforo del Monte Bianco, con il finestrino abbassato e una delle mie canzoni preferite come sottofondo. Non ci metto molto ad arrivare a Le Tour, dove abbiamo appuntamento, mi basta attraversare una Chamonix piena di gente causa UTMB, passare Argentière e girare a destra.

Nel grande piazzale al fondo della strada, poco dopo di me arrivano anche Jehan Jehan con i clienti del giorno prima e Farid “un ragazzo simpatico e dal cuore grande, vedrai” che conosco per la prima volta. Un veloce panino per pranzo, una “piccola” fetta di torta e ci siamo, c’est parti!

In ordine, abbiamo preso gli impianti di risalita di le Tour fino a Charamillon, reso felice il ragazzo ai tornelli con l’ultimo pezzettone di torta che a noi proprio non stava più e imboccato il sentiero per il rifugio con passo svelto, sia per evitare una probabile lavata che per arrivare in tempo per merenda. 

Dopo una bella traversata, un angolo da svoltare e un ultimo tratto su pietraia, ecco il rifugio Albert Ier in lontananza. Nonostante la nebbia che piano piano avanza è impossibile non rimanere innamorati della lingua di ghiacciaio che scende a destra del rifugio, tutta seracchi e crepacci. 

Arriviamo giusti giusti per non beccarci la pioggia ed ecco che ad accoglierci ci sono Paul, Anne e Clarisse. Nemmeno il tempo per le presentazioni e mi sento già a casa.

Lo chiamavano “effetto rifugio”. 

Mi guardo attorno sorseggiando un tè caldo. Il rifugio è nuovo e di aspetto moderno, l’atmosfera amichevole e alla mano. Non ci metto molto a ritrovarmi nel “backstage” a tavola con i colleghi rifugisti e le guide per l’apéro des guides tra chiacchiere, vino, fois gras e baci di Nus (un bel mix).

Torno a scambiare quattro chiacchere con loro anche dopo cena, è davvero bello conoscere altre realtà così simili/diverse dalla propria! Un ultimo Rhum (pour bien dormir, ovviamente) e poi è ora di andare a nanna e di godersi un tramonto spettacolare in diretta dal… letto.

Giorno 2

La sveglia la mattina dopo suona alle 4. In mezz’ora nemmeno siamo già tutti con la pancia piena e gli scarponi ai piedi. Partiamo nella notte per la pietraia (di nuovo, sembra di essere a casa!) che ci conduce all’attacco del ghiacciaio dove ci leghiamo. Jehan Jehan, Farid, io ed infine la dolce Anne, che si è unita all’ultimo minuto. 

Man mano che fa giorno ecco apparire sulla destra l’Aiguille du Chardonnet e dietro l’Aiguille Verte mentre a sinistra l’Aiguille du Tour, la nostra meta. Noi, piccoli puntini, attraversiamo tranquilli ma a buon passo il ghiacciaio per poi risalire fino al colle che ci separa dalla Svizzera e arrivare proprio in tempo per il sorgere del sole. Che spettacolo.

Di fronte a noi l’immenso Plateau du Trient e in fondo in fondo l’omonimo rifugio.

Giriamo a sinistra e in non molto arriviamo al crepaccio terminale. Il sole si sta alzando e la temperatura è perfetta. In lontananza stanno arrivando altre due o tre cordate ma partiamo comunque per primi lungo l’ultima parte di facile arrampicata che porta alla cima.

Ed eccoci, tutti sorridenti con gli occhi pieni di meraviglia. Si vede tutto, Il Bianco e l’ombra che proietta sulle valli francesi, il Gran Combin, il Cervino e in fondo pure il Rosa. Manca il Granpa, caspita!

Dopo un po’ ci raggiunge la prima cordata svizzera.

Sembra un po’ una barzelletta tipo “ci sono uno svizzero, un francese e un italiano in cima a una montagna…”.

La discesa è veloce e tranquilla. Non è ancora ora di pranzo quando riconsegniamo Anne al gestore, a lei spetta ancora una giornata di lavoro! Noi invece ci godiamo l’ultimo caffettone, prepariamo gli zaini, salutiamo i nostri amici e scendiamo. 

Il cielo è sereno ed il panorama è davvero bello. Scendendo l’ultimo tratto in funivia ci guardiamo attorno: i colori ancora estivi, il Monte Bianco proprio di fronte a noi. E’ tutto così perfetto!

Per l’ora di pranzo siamo al ristorante alla partenza degli impianti.

Dopo una bella mangiata e un bel pisolino sul prato di fronte alla macchina decidiamo di fare una scappata a Chamonix. Mezz’ora di tentativi di parcheggio dopo, eccoci scorrazzare nella via principale che pullula di trailers (e di presunti tali).

Forse forse, non era poi male essere gli unici umani nel giro di chilometri…

Verso il tardo pomeriggio saluto i compagni di avventure, salgo in macchina, metto la musica e inizio il viaggio verso casa, domani devo tornare in rifugio e mi aspettano almeno due ore di macchina.

Guido felice e spensierata e mi accorgo che sì, sono davvero grata di queste giornate.

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