
COSA FARE
GUIDA GALATTICA
ALLA SARDEGNA
ON THE ROAD
UN TUTORIAL DA NON SEGUIRE.
Prendi due ragazze, portale in Sardegna a bordo di un furgone bianco e dai loro carta bianca. Ed ecco l’itinerario on the road che esce, con dubbio senso logico ma alto tasso di avventura. Questa, più che una guida alla Sardegna on the road, è un concentrato di momenti belli.

Guida alla Sardegna on the road
Venerdì 14 ottobre.
Ho salutato mamma, Giulia e gli zii in una mattina di sole autunnale, di quelle dal color rosso e arancione ma con quel poco di verde che ancora rimane ostinandosi a non voler lasciare spazio all’autunno. Era da un po’ di tempo che non mi capitava di sentire quel senso di mancanza e di distacco mentre scendo la valle, forse è perché questa volta è un po’ diversa dal solito. Sto partendo all’avventura.
Non ci metto molto a trasformare la malinconia in entusiasmo, mi basta caricare Nicole a Verrès e imboccare l’autostrada per Genova.
C’est parti.
Arriviamo nei pressi del porto con largo anticipo, tanto che abbiamo il tempo di cazzeggiare sia alla Decathlon che all’Ikea, di sbagliare uno svincolo e di riuscire comunque ad imbarcarci per tempo.
Così eccoci sul ponte a sgranocchiare patatine e a goderci un tramonto alquanto industriale ma con un suo perché mentre prendiamo il largo. Dopo essere scampate ad una pietosa quanto assordante babydance troviamo due poltrone vuote in un ristorante chiuso e decidiamo di bivaccare lì per la notte.
Non so Niki, ma io non riesco a dormire troppo bene, mi sento un po’ come se dormissi su una lavatrice in modalità centrifuga, attiva per 12 ore di seguito.



Sabato 15 ottobre.
Ci “svegliamo” in tempo per l’alba e per realizzare di essere finalmente in terra sarda. Olbia. Che poi io non ho ancora realizzato proprio un tubo. Questa non è una vacanza, questo è un sogno che si realizza. Ad ogni modo, sbarchiamo e architettiamo un sommario piano d’attacco. Danno mare piatto tutta la settimana, ad eccezione (forse) di oggi.
Non c’è tempo da perdere, si parte verso Ovest a cercare onde!
Ci mettiamo due orette per raggiungere Oristano e la Penisola del Sinis e per renderci conto che no, oggi non è giornata da surf. Poco male, ci spiaggiamo in un posticino tranquillo e respiriamo forte questo mare in piatta. Siamo sole qui, anche se è sabato. Non oso immaginare queste spiagge in alta stagione.
Mando una foto a Sara, è lei che mi ha portata qui per la prima volta, ormai quattro anni fa. Poi poso il telefono e ci tuffiamo in acqua. Ho giusto il tempo di farmi abbracciare forte forte da una medusa prima di leggere la sua risposta:
Che cavolo ci fai in Sardegna il giorno del mio compleanno? Vieni subito qui!.
I sardi hanno chiamato, non si può dire di no.
INCISO: per quanto riguarda la medusa, la storia è andata più o meno così. Immaginatevi da un lato una Martinà che nuota spensierata e dalla direzione opposta una medusa che avanza facendosi beatamente i cavoli suoi. E poi sbaaammm, la collisione, l’impatto. Solo così si può spiegare la forma di medusa intera spiaccicata che è apparsa sulla mia gamba.
Tornando a noi… testiamo la doccia da campeggio, ci diamo una sistemata e partiamo alla volta di Paulilatino, il paese di Sara. Letteralmente non sto nella pelle, sono anni che non vedo la mia amica ed ero convinta che non fosse a casa in questi giorni. Anche lei sembra piuttosto felice da come mi salta addosso appena mi vede.
Passiamo la serata nel suo garage, assieme ai suoi amici e al suo fidanzato. Il bicchiere sempre pieno (guai se qualcuno lo vede anche solo a metà) chiacchieriamo e ascoltiamo curiose le ciance del posto, almeno quando non sono in sardo stretto.
A fine serata dormiamo direttamente in paese… Siamo così stanche che quasi non badiamo al gregge di pecore che ci passa accanto di prima (primissima) mattina.



Domenica 16 ottobre.
Ci svegliamo con relativa calma e riprendiamo la strada, direzione Capo Pecora, un posticino speciale che si trova qualche ora più a sud, non lontano da Iglesias. Isolato quanto basta, per arrivarci prendiamo una serie di stradine tra boschi e campi che finisce con uno di quei paesaggi da film da surfisti: una lunga strada e poi un piazzale sulla spiaggia con qualche furgone parcheggiato qua e là. Le vibes sono quelle giuste!
Fa caldo e noi ce ne freghiamo: partiamo subito in esplorazione. Dopo una bella dose di ravanage (sia mai) sostanzialmente perché imbocchiamo il sentiero dalla parte opposta, arriviamo alla nostra meta. Questo luogo è spaziale!
A picco sul mare, è come se un gigante avesse giocato a tirare su un enorme muro a secco con delle pietre smussate.
Ne escono fessure strepitose che fanno di questo posto una meta per chi ama l’arrampicata trad. Ovviamente noi non ci siamo portate manco le scarpette, ma questo non ci impedisce di metterci a giocare in questo grande parco giochi, tra traversi e camini.
Torniamo al furgone e super affamate e per “pranzo” ci mangiamo a cucchiaiate il melone di ben 2 kg che abbiamo avuto la geniale idea di comprare ieri. Buonissimo, vale tutti i 7€ (??) che è costato. Quel che rimane del pomeriggio lo passiamo nel chilling più totale, disturbate soltanto, se così si può dire, dalla presenza di un inusuale pescatore sardo con un’apparente propensione alla techno. Se non altro ci ha condito un poco il tramonto.
Per cena ci cuciniamo la nostra dose giornaliera di verdure e legumi e tra un boccone e l’altro decidiamo come proseguire il nostro giro.
L’idea è quella di andare in costa Est per arrampicare, ma ci rendiamo conto di esserci un po’ perse nella logistica delle cose: scendendo qui infatti ci siamo allungate la strada e domani ci aspettano 4 ore di macchina. Però ne è valsa la pena.



Lunedì 17 ottobre.
Lunedì mattina ci svegliamo all’alba, che può sembrare una cosa figa da dire, se sorvoliamo sul fatto che sono comunque le 7 (ahhh ottobre…). Mentre le prime luci fanno capolino e tutti intorno a noi dormono ancora, smontiamo il letto, facciamo colazione e partiamo per il nostro lungo viaggio.
Passiamo prima tra una serie di passi immersi nel bosco per poi dirigerci verso Cagliari e su, alla volta della costa Est. Man mano che ci avviciniamo a Baunei e man mano che la musica diventa sempre più trash, montagne e falesie (tante falesie) iniziano a sbucare qua e là. E noi siamo sempre più gasate.
Ci fermiamo in una falesia sulla strada per Pedra Longa e ci accorgiamo di non essere sole: dappertutto ci sono capre che si fanno beatamente i fatti loro incuranti della nostra presenza, della strada e di tutto il resto.
Da brava agricola mi chiedo se il proprietario passi a controllare di tanto in tanto e se ne conosce il numero e la posizione esatta… Ne dubito.
La falesia che abbiamo scelto pare essere “invernale” e non tardiamo a rendercene conto quando le nostre spalle iniziano a bruciare mentre ogni presa, anche la più buona, diventa intenibile senza una buona smagnesata. La roccia però è davvero bella e i tiri che scegliamo pure.
La sera ci accampiamo al parcheggio di Pedra Longa assieme ad altri furgoni. Per aperitivo (??) sfoderiamo le nostre doti culinarie e prepariamo i pancakes da mangiare con la tahina e quel che resta del melone di ieri.
Mentre cuciniamo cena sbuca dal van vicino un ragazzo in cerca di una cipolla, che noi non abbiamo. Torna dopo poco chiedendoci di unirci a loro per un bicchiere di vino. E così eccoci a bere Cannonau con Niccolò ed Herbert dal trentino, anche loro lì per scalare, pescare… godersela insomma. Ce la chiacchieriamo allegramente e poi ce ne torniamo tutti a dormire nei rispettivi van.



Martedì 18 ottobre.
Ci godiamo l’alba di questa mattina direttamente da sotto le coperte, con il solo sforzo di aprire il portellone. E’ bella da togliere il fiato.
Credo proprio che potrei abituarmi a vivere così, di niente, di cose semplici, nel qui e nell’ora di un mondo che invece corre sempre e ci dice che bisogna sempre essere di più.
Quando il sole si alza facciamo colazione e partiamo per Cala Gonone. Arriviamo nel bel paesino e ci concediamo una camminata e un salto in pasticceria. E’ carino questo posticino, turistico, molto meno selvaggio, ma non male.
La nostra idea è quella di noleggiare un gommone, come hanno fatto i nostri amici qualche settimana fa, ma il prezzo (100€ + benzina) ci fa subito optare per un SUP, meno costoso e sicuramente più adatto per fare un po’ di movimento.
Passiamo due orette in acqua, pagaiando in direzione di una delle tante calette in cui si arriva solo via mare. Ci godiamo il sole e l’acqua di un azzurro da non sembrare vera. Facciamo il bagno.
Nel pomeriggio ce ne andiamo in falesia. Ne scegliamo una di placca, per non sforzare la spalla di Nicole che è un poco acciaccata. Prima che faccia buio ci docciamo super velocemente in un parcheggio e poi partiamo per Ulassai. Domani Nicole compie gli anni e sarebbe super bello poter festeggiare con alcuni amici che stanno lassù. Percorriamo a ritroso la strada panoramica di questa mattina, ma è già buio e quindi non ci rimane che immaginarci le distese di pascoli e i bei panorami.
Ovviamente arriviamo al campeggio giusto in tempo per infiltrarci a cena. Sotto una tettoia infatti ci sta una cucina all’aperto, una grande tavolo e Sticky, che da buon romano sta finendo proprio ora di cucinare i supplì. Presto si siede con noi anche Ruben, da Bristol. Ecco una bella serata prendere forma.
Andiamo a dormire in un parcheggio poco distante e riusciamo ancora a guardarci un film prima di addormentarci secche.



Mercoledì 19 ottobre.
Mercoledì mattina. Ok, Ulassai ha qualcosa di speciale. Lo penso alle 7 di mattina mentre limo gli ultimi gioielli da portare al mercatino di Roma, questo weekend (da brava freelance si procrastina fino al quasi limite). Il sole si sta alzando ed io sto già parlando e disturbando la quiete della mia amichetta (sia mai).
Facciamo colazione, prepariamo gli zaini e torniamo al bar del campeggio. C’è un via vai di climber tra cui molte facce conosciute. Mentre Amedeo mette su la moka decidiamo di andare a scalare al Canyon, che forse è il luogo più iconico qui. Infatti, la prima reazione di fronte alle pareti è un sano “wow”. Proviamo qualche bel tiro e sono finalmente abbastanza contenta di come mi muovo e di come scalo.
Mentre Nicole fa sicura a Sticky, che ci ha raggiunte nel pomeriggio, mi guardo attorno: climbers da tutta Europa provano i loro progetti e sopra le nostre teste un fenomeno fa highline su una delle tre linee. Non ricordo il suo nome, anche se ieri sera abbiamo scambiato due parole, poco importa, è un piacere vederlo, fa cose pazzesche.
La nostra idea, in origine, era quella di finire di scalare, docciarci e prendere la strada di ritorno verso Oristano, per poi domattina partire per l’aeroporto. Quando però ci propongono l’amatriciana per cena ricalcoliamo subito i piani e finiamo per fermarci anche questa sera. Scelta più che giusta, ci rilassiamo aspettando la meritata pasta mentre ascoltiamo Ruben e altri due guys suonare. A fine serata settiamo la sveglia alle 4 di mattina e ci mettiamo a dormire qualche ora.



Giovedì 20 ottobre.
Salutiamo Ulassai nel buio e guidiamo veloci fino al parcheggio dell’aeroporto. Le strade sono deserte e per fortuna non ci mettiamo troppo. Così alle 7 siamo già sedute ad aspettare che chiamino il nostro volo; io partirò per prima verso Roma e poi sarà la volta di Nicole che tornerà a casa. Il furgone? Lui mi aspetterà tranquillo qui a Cagliari, Lunedì sarò già di ritorno per continuare le nostre avventure insieme.
Questa avventura (e quindi questa fittizia guida alla Sardegna on the road) invece finisce qui, con un abbraccio davanti al gate N.2, tanti (tantissimi) chilometri percorsi, le nostre solite dosi di cereali e carote e tante good vibes.
